Let's jump!
Quando esco di casa per caricare il Ciccio penso che il cd che ho messo su è il migliore che potessi scegliere per una giornata importante e straboccante adrenalina come questa…il titolo della mega raccolta è The Punk I Need, e mi sembra anche evocativo per quello che stiamo andando a fare.
Le paure di eventuale brutto tempo si sono dissolte al mattino, ben presto sostituite dalla paura vera e propria del salto nel vuoto. Dell’altezza, della paura in se in realtà.
Carichiamo Albi a casa sua e Max ed Anto al Casalone perché una rotonda bastarda e incompleta li ha allontanati dalla meta.
Il viaggio verso Molinella sfiora il surreale. In realtà mi sto cagando sotto ma si parla, si ride, si scherza e si commentano i pezzi punk come niente fosse.
Arrivo al Campo Volo e parcheggio. Dopo poco arriva la famiglia Fabbri : prima Pol con Silvia ed Alessio, poi Elena.
Io sono talmente teso che di Elena mi accorgerò solo a giochi fatti. Ma lei è una donna dello stampo di mia madre, capisce e non si offende.
L’attesa è snervante ed il tabellone imperioso comanda noi impavidi al 3° decollo.
Già, terzo decollo. Una scritta così semplice ed inconfutabile che c’è da non crederci. Non scappi più, il tuo nome è sul tabellone e lo hai già letto. Che fare? Si salta!!!
I minuti non passano più e per sbeffeggiare la tensione si gioca a calcio nel pratone ben attenti a non farsi trovare in mezzo ai maroni in caso di atterraggio di flyer che sono già in volo.
15 minuti, si preparino quelli del terzo decollo.
Ormai non vedo l’ora di andare. Dietro a questa attesa ci sono 30 anni di paure da prendere a spallate in un solo lunghissimo, fantastico istante.
Si va, imbracature e prime immagini dei rispettivi video con operatori ed istruttori che iniziano, a ragione nel mio caso, a prenderci per il culo.
Il mio istruttore mi dà del matto mentre mi mette l’imbracatura e tra di noi quasi non ci si parla; ognuno perso nei suoi viaggi…nessuno di noi sa che saranno tutti spazzati via da quello che ci aspetta.
L’aereo ha già fatto un paio di su e giù stamattina ed ora è lì al rifornimento che prende dentro tanta benza quanto coraggio abbiamo bisogno noi. Andiamo alla pista con una luce che sa di sogno, tra di loro i matti volanti ridono e scherzano anche se sono consapevoli che quello che stanno per fare, anche alla 1000esima volta, è sempre una roba da pazzi.
Mi fanno sedere per ultimo perché uscirò per primo. È quello che volevo. Bene.
Solo che la porta non è chiusa ed io sono unicamente ancorato ai miei quasi 90 kg appoggiati di culo sul pavimento della carlinga dell’aereo. L’istruttore e l’operatore video iniziano ad infamarsi per chi avrebbe dovuto chiudere la maniglia della porta, tira, spingi, gira ma niente rimane aperta. E così mi trovo seduto sui miei incubi. Mentre iniziano ad affiorarmi i pensieri di me che precipito senza uno straccio di paracadute, il mezzo si alza da terra senza squassi ed in men che non si dica inizia a prendere quota a velocità folle. Penso che non credevo che un aereo così piccolo salisse così a picco. Ma lo pensavo così : ma quanto cazzo sale ‘sto bocchino? Quanto cazzo andiamo? E perché cazzo ‘sta porta di merda non è chiusa? Quando ho finito i cazzo siamo già oltre 2000mt. Che è un bel salto se voli fuori. Per tranquillizzarmi il pazzoide del mio istruttore apre la porta e mi mette un braccio fuori : merda! C’è un aria incredibile e noi saliamo e saliamo e adesso le nuvole sono sotto e l’istruttore di Albi urla “3000 metri!” e poi “dove hai fatto quel tatuaggio? Da Marchesini? Si, però quello è di Fabio non di Stefano, si vede”. A me non frega un cazzo né del tattoo, né di Stefano, né di Fabio. Voglio solo saltare. A questo punto ho una paura talmente grande che non faccio altro che pensare a non avere paura della paura. Il mio istruttore inizia ad imbracarmi e mi chiede di divertirmi con lui, dice che il salto alla fine dura poco e lo ricorderò per tutta la vita, quindi stai tranquillo ed assecondami nei movimenti. Voglio che ci divertiamo capito?
Adesso sono completamente imbracato e legato, è talmente stretto che se mi appendi ad un soffitto un coglione che mi scambia per un super prosciutto lo trovi di sicuro.
Porta aperta. In posizione.
Merda.
Il mondo è sotto. L’aria urla quanto la natura sia grande e potente in confronto a me, piccolo uomo che voleva volare. Ruggisce di una potenza che non si può spiegare. Io non so nemmeno se sono ancora vivo e penso solo VAI! E muovo il culo in avanti, solo che non succede un cazzo. Vai! Ancora niente. Poi giù. Tutto in una volta. Senza menate, parole, preavvisi. Tanto non esiste niente che può prepararti a ciò che sto provando.
Subito caccio un urlo che serve a non farmi morire di paura. Secco, potente. Dio chiede di fare più piano, per favore. A quell’altezza e con ‘sta voce che mi ritrovo…
Vengo come scaraventato verso il basso per 3-4 secondi ad una velocità che puoi fare solo in Ferrari o se fotti la Diapason a Valentino Rossi, scegliere prego.
Io tengo ancora le mani nelle bretelle come mi han detto di fare e…sto volando. Quando me ne rendo conto non ho più paura. Mi sento come se fossi nato per fare solo quello. Rivedendo le foto capirò perché. Sono un Arcangelo che si lancia sul campo di battaglia. Il cielo è mio, ce l’ho addosso dappertutto, continuiamo a precipitare a 250 km/h e voglio che non finisca mai. È bellissimo. Indescrivibile. Con gli occhi guardo dappertutto, l’orizzonte è davvero curvo come dicono i libri. Lo vedo perché ci sto volando sopra. Il cuore è talmente gonfio di felicità che mi viene da pensare che ogni forma di vita quando nasce dovrebbe provare questo, esattamente questo. Sento il matto che mi bacia e mi fa il pollice all’insù, segno che va tutto bene, che forse mi sto anche comportando bene. Il mio unico pensiero era la speranza di non vergognarmi di me in questo giorno incredibile, solo questo, spero di non dovermi vergognare. Per scaramanzia, ma neanche tanto, ho nel baule un cambio completo di vestiti. Sai mai che mi cago addosso. Ai regaz non l’ho detto. Non serve con loro.
E invece non mi frega un cazzo di niente se non di volare. Non voglio più scendere. Rimaniamo qui a guardare il mondo scenografico e silenzioso che si avvicina, a misurare le distanze per prenderle per il culo perché io volo, sto volando e posso andare ovunque.
Sono il vento e urlo con lui, sono il sole che mi saluta e la terra che mi corre incontro, sono il cielo che sposo con gli occhi, sono tutto quello che mai avrei potuto sperare di essere. Nemmeno per un istante.
Boom!
Paracadute che si apre, mondo che rallenta, aria che spegne lo stereo del vento e accarezza i pensieri nuovi, appena arrivati. Che silenzio. Meraviglia delle meraviglie. Il mondo è ancora lì. Continuiamo a scendere ma senza precipitare, dolcemente come cullati dalla voglia di non arrivare mai. I campi sotto sono ancora piccolissimi, siamo a 1500 mt. L’istruttore mi chiede come va. Gli dico che sono felice, credo, che non sono mai stato così felice. Lui mi dice che ha sentito che non avevo paura perché gli lasciavo fare tutti i movimenti che voleva, io penso a quanto dovrà passare per poterlo rifare. Continuiamo ad andare giù. Adesso è tutto così nitido che sembra che Dio in persona abbia lavato il mondo solo per farlo vedere meglio a me. Sto così bene che mi metterei a piangere e ridere insieme.
Il parapazzoide inizia a fare spirali e prilli a destra e sinistra, al primo quasi mi arriva lo stomaco in gola, ma al secondo mi sto già divertendo. Però è quasi finita per davvero adesso e il fatto che veda nitidamente Pol a fianco della piscina me lo conferma. Regaz, il sogno si è avverato. Ho saltato, ho volato senza paura. Non ho perso un attimo di tutto il salto. Non ho mai chiuso gli occhi ne ho mai pensato di farlo. Non ho mai usato la mia calma autoindotta che mi para il culo lo volte che ho paura. Ho avuto il cielo per me, per 10 minuti ed è stato incredibile. Quando metto il culo per terra, i piedi ce li mettono quelli buoni, il primo pensiero è “vogliorifarlo” tutto insieme e tutto attaccato perché non c’è il tempo di pensarlo che è già venuto su.
Incrocio lo sguardo di Albi , non una parola. Ci abbracciamo con la forza di chi sa cosa vuol dire esserci in certe cose. Arriva a bomba anche il Ciccio. Ha una gamba nizza ma sorride come un bimbo, lui che non si capisce mai un cazzo di come sta. È peggio che me quel ragazzo.
In testa mi suona “60%” dei NOFX, l’urlo che spacca la canzone “and this is my life” trasformandola da ballad a punkvaffanculo a tutti è la miglior colonna sonora possibile in questo momento. Andiamo all’hangar ed è tutto un abbraccio, un darsi un cinque, un dirsi che roba incredibile sia.
Adesso è passata una settimana che sembra un’era geologica. È incredibile. Si perché in mezzo l’Italia ha vinto i Mondiali di calcio e a me non frega un cazzo. Io tifoso di calcio prima che uomo ormai, sono solo la rimanenza di quello che credevo di essere. Si perché il salto l’ho fatto e la mia paura me la sono infilata nel culo perché dovevo sentirla tutta, non parcheggiarla in tasca per dimenticarla per un momento.
E ho vinto.
Abbiamo vinto.
E il cielo, per dieci incredibili minuti, è stato mio, è stato nostro.
Le paure di eventuale brutto tempo si sono dissolte al mattino, ben presto sostituite dalla paura vera e propria del salto nel vuoto. Dell’altezza, della paura in se in realtà.
Carichiamo Albi a casa sua e Max ed Anto al Casalone perché una rotonda bastarda e incompleta li ha allontanati dalla meta.
Il viaggio verso Molinella sfiora il surreale. In realtà mi sto cagando sotto ma si parla, si ride, si scherza e si commentano i pezzi punk come niente fosse.
Arrivo al Campo Volo e parcheggio. Dopo poco arriva la famiglia Fabbri : prima Pol con Silvia ed Alessio, poi Elena.
Io sono talmente teso che di Elena mi accorgerò solo a giochi fatti. Ma lei è una donna dello stampo di mia madre, capisce e non si offende.
L’attesa è snervante ed il tabellone imperioso comanda noi impavidi al 3° decollo.
Già, terzo decollo. Una scritta così semplice ed inconfutabile che c’è da non crederci. Non scappi più, il tuo nome è sul tabellone e lo hai già letto. Che fare? Si salta!!!
I minuti non passano più e per sbeffeggiare la tensione si gioca a calcio nel pratone ben attenti a non farsi trovare in mezzo ai maroni in caso di atterraggio di flyer che sono già in volo.
15 minuti, si preparino quelli del terzo decollo.
Ormai non vedo l’ora di andare. Dietro a questa attesa ci sono 30 anni di paure da prendere a spallate in un solo lunghissimo, fantastico istante.
Si va, imbracature e prime immagini dei rispettivi video con operatori ed istruttori che iniziano, a ragione nel mio caso, a prenderci per il culo.
Il mio istruttore mi dà del matto mentre mi mette l’imbracatura e tra di noi quasi non ci si parla; ognuno perso nei suoi viaggi…nessuno di noi sa che saranno tutti spazzati via da quello che ci aspetta.
L’aereo ha già fatto un paio di su e giù stamattina ed ora è lì al rifornimento che prende dentro tanta benza quanto coraggio abbiamo bisogno noi. Andiamo alla pista con una luce che sa di sogno, tra di loro i matti volanti ridono e scherzano anche se sono consapevoli che quello che stanno per fare, anche alla 1000esima volta, è sempre una roba da pazzi.
Mi fanno sedere per ultimo perché uscirò per primo. È quello che volevo. Bene.
Solo che la porta non è chiusa ed io sono unicamente ancorato ai miei quasi 90 kg appoggiati di culo sul pavimento della carlinga dell’aereo. L’istruttore e l’operatore video iniziano ad infamarsi per chi avrebbe dovuto chiudere la maniglia della porta, tira, spingi, gira ma niente rimane aperta. E così mi trovo seduto sui miei incubi. Mentre iniziano ad affiorarmi i pensieri di me che precipito senza uno straccio di paracadute, il mezzo si alza da terra senza squassi ed in men che non si dica inizia a prendere quota a velocità folle. Penso che non credevo che un aereo così piccolo salisse così a picco. Ma lo pensavo così : ma quanto cazzo sale ‘sto bocchino? Quanto cazzo andiamo? E perché cazzo ‘sta porta di merda non è chiusa? Quando ho finito i cazzo siamo già oltre 2000mt. Che è un bel salto se voli fuori. Per tranquillizzarmi il pazzoide del mio istruttore apre la porta e mi mette un braccio fuori : merda! C’è un aria incredibile e noi saliamo e saliamo e adesso le nuvole sono sotto e l’istruttore di Albi urla “3000 metri!” e poi “dove hai fatto quel tatuaggio? Da Marchesini? Si, però quello è di Fabio non di Stefano, si vede”. A me non frega un cazzo né del tattoo, né di Stefano, né di Fabio. Voglio solo saltare. A questo punto ho una paura talmente grande che non faccio altro che pensare a non avere paura della paura. Il mio istruttore inizia ad imbracarmi e mi chiede di divertirmi con lui, dice che il salto alla fine dura poco e lo ricorderò per tutta la vita, quindi stai tranquillo ed assecondami nei movimenti. Voglio che ci divertiamo capito?
Adesso sono completamente imbracato e legato, è talmente stretto che se mi appendi ad un soffitto un coglione che mi scambia per un super prosciutto lo trovi di sicuro.
Porta aperta. In posizione.
Merda.
Il mondo è sotto. L’aria urla quanto la natura sia grande e potente in confronto a me, piccolo uomo che voleva volare. Ruggisce di una potenza che non si può spiegare. Io non so nemmeno se sono ancora vivo e penso solo VAI! E muovo il culo in avanti, solo che non succede un cazzo. Vai! Ancora niente. Poi giù. Tutto in una volta. Senza menate, parole, preavvisi. Tanto non esiste niente che può prepararti a ciò che sto provando.
Subito caccio un urlo che serve a non farmi morire di paura. Secco, potente. Dio chiede di fare più piano, per favore. A quell’altezza e con ‘sta voce che mi ritrovo…
Vengo come scaraventato verso il basso per 3-4 secondi ad una velocità che puoi fare solo in Ferrari o se fotti la Diapason a Valentino Rossi, scegliere prego.
Io tengo ancora le mani nelle bretelle come mi han detto di fare e…sto volando. Quando me ne rendo conto non ho più paura. Mi sento come se fossi nato per fare solo quello. Rivedendo le foto capirò perché. Sono un Arcangelo che si lancia sul campo di battaglia. Il cielo è mio, ce l’ho addosso dappertutto, continuiamo a precipitare a 250 km/h e voglio che non finisca mai. È bellissimo. Indescrivibile. Con gli occhi guardo dappertutto, l’orizzonte è davvero curvo come dicono i libri. Lo vedo perché ci sto volando sopra. Il cuore è talmente gonfio di felicità che mi viene da pensare che ogni forma di vita quando nasce dovrebbe provare questo, esattamente questo. Sento il matto che mi bacia e mi fa il pollice all’insù, segno che va tutto bene, che forse mi sto anche comportando bene. Il mio unico pensiero era la speranza di non vergognarmi di me in questo giorno incredibile, solo questo, spero di non dovermi vergognare. Per scaramanzia, ma neanche tanto, ho nel baule un cambio completo di vestiti. Sai mai che mi cago addosso. Ai regaz non l’ho detto. Non serve con loro.
E invece non mi frega un cazzo di niente se non di volare. Non voglio più scendere. Rimaniamo qui a guardare il mondo scenografico e silenzioso che si avvicina, a misurare le distanze per prenderle per il culo perché io volo, sto volando e posso andare ovunque.
Sono il vento e urlo con lui, sono il sole che mi saluta e la terra che mi corre incontro, sono il cielo che sposo con gli occhi, sono tutto quello che mai avrei potuto sperare di essere. Nemmeno per un istante.
Boom!
Paracadute che si apre, mondo che rallenta, aria che spegne lo stereo del vento e accarezza i pensieri nuovi, appena arrivati. Che silenzio. Meraviglia delle meraviglie. Il mondo è ancora lì. Continuiamo a scendere ma senza precipitare, dolcemente come cullati dalla voglia di non arrivare mai. I campi sotto sono ancora piccolissimi, siamo a 1500 mt. L’istruttore mi chiede come va. Gli dico che sono felice, credo, che non sono mai stato così felice. Lui mi dice che ha sentito che non avevo paura perché gli lasciavo fare tutti i movimenti che voleva, io penso a quanto dovrà passare per poterlo rifare. Continuiamo ad andare giù. Adesso è tutto così nitido che sembra che Dio in persona abbia lavato il mondo solo per farlo vedere meglio a me. Sto così bene che mi metterei a piangere e ridere insieme.
Il parapazzoide inizia a fare spirali e prilli a destra e sinistra, al primo quasi mi arriva lo stomaco in gola, ma al secondo mi sto già divertendo. Però è quasi finita per davvero adesso e il fatto che veda nitidamente Pol a fianco della piscina me lo conferma. Regaz, il sogno si è avverato. Ho saltato, ho volato senza paura. Non ho perso un attimo di tutto il salto. Non ho mai chiuso gli occhi ne ho mai pensato di farlo. Non ho mai usato la mia calma autoindotta che mi para il culo lo volte che ho paura. Ho avuto il cielo per me, per 10 minuti ed è stato incredibile. Quando metto il culo per terra, i piedi ce li mettono quelli buoni, il primo pensiero è “vogliorifarlo” tutto insieme e tutto attaccato perché non c’è il tempo di pensarlo che è già venuto su.
Incrocio lo sguardo di Albi , non una parola. Ci abbracciamo con la forza di chi sa cosa vuol dire esserci in certe cose. Arriva a bomba anche il Ciccio. Ha una gamba nizza ma sorride come un bimbo, lui che non si capisce mai un cazzo di come sta. È peggio che me quel ragazzo.
In testa mi suona “60%” dei NOFX, l’urlo che spacca la canzone “and this is my life” trasformandola da ballad a punkvaffanculo a tutti è la miglior colonna sonora possibile in questo momento. Andiamo all’hangar ed è tutto un abbraccio, un darsi un cinque, un dirsi che roba incredibile sia.
Adesso è passata una settimana che sembra un’era geologica. È incredibile. Si perché in mezzo l’Italia ha vinto i Mondiali di calcio e a me non frega un cazzo. Io tifoso di calcio prima che uomo ormai, sono solo la rimanenza di quello che credevo di essere. Si perché il salto l’ho fatto e la mia paura me la sono infilata nel culo perché dovevo sentirla tutta, non parcheggiarla in tasca per dimenticarla per un momento.
E ho vinto.
Abbiamo vinto.
E il cielo, per dieci incredibili minuti, è stato mio, è stato nostro.

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